LE DIDASCALIE SONO IMPORTANTI

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David Wallis, Le didascalie, incluse quelle digitali, assumono nuova importanza nei musei, New York Times, 17 marzo 2015

Come un primatologo che osserva i gorilla allo stato selvatico, Judy Rand alle volte si aggira nei musei per spiare i visitatori.
Ms. Rand, consulente museale di Seattle e acclamata scrittrice di didascalie, ama avvistare persone che leggono il suo lavoro ad alta voce.

Quando i visitatori condividono le informazioni sulle didascalie “stiamo raggiungendo nuovi lettori”, dice. “In questo modo, hanno la possibilità di fare conversazione. E successivamente possono ricordare le cose che hanno visto.”

Lucy Harland, consulente museale di Glasgow, ha incoraggiato i propri clienti a monitorare segretamente i borbottii nei musei. “Quando si vede la gente borbottare sottovoce, è quando sai” che la didascalia ha fallito, dice.

I musei prestano sempre più attenzione alle didascalie – “brevi, piccoli ambasciatori”, secondo le parole di Beverly Serrell, autrice del libro “Exhibit labels. An Interpretative Approach”
Specialisti spesso scrivono, modificano e progettano le didascalie e alcuni musei organizzano focus group per testarle. Molte istituzioni culturali si sono anche rivolte alla tecnologia digitale per trasformarle da statiche in coinvolgenti strumenti interattivi.

Si tratta di un passaggio enorme da quello che era un tamburo in argilla scoperto fra le rovine del museo Ennigaldi-Nanna in Babilonia (odierno Iraq). Il cilindro, che ha il testo in tre lingue, risale al VI secolo a.C. ed è considerato come il primo oggetto/didascalia.

“Le didascalie hanno sempre rappresentato un tema centrale della pratica museografica,” dice Seb Chan, direttore del dipartimento di Digital media al Cooper Hewitt Design Museum. Chan cita un articolo del 1963 intitolato “Perché Johnny non può leggere le didascalie” pubblicato in Curator: The Museo Journal. L’autore, George Weiner dello Smithsonian Institution, deride i musei dell’epoca quali “veri e propri capolavori della crittografia” a causa delle didascalie uniformanti (chiamate, in gergo curatoriale, lapidi scadute), scagliandosi contro le didascalie “progettate per spaventare anche il più perseverante dei visitatori”.

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