La resistenza al museo. Le parole delle didascalie

La resistenza al museo è spesso data dal vincolo di dover essere costretti a capire. 
In altre parole, quel ritenersi obbligati a uno sforzo cognitivo capace di assegnare alla lettura dei sensi un significato ritenuto dai più corretto. Questa percezione, ad oggi forse la più diffusa in Italia, trova al suo opposto una traccia che insiste sull’immediatezza della comprensione emotiva. Una pratica, quest’ultima, per altro non sempre adattabile in ogni tipologia di museo e comunque, esclusi certi pubblici o contesti specifici, rischiosa.

Più in generale, parlare in senso lato di accessibilità delle pratiche interpretative significa riferirsi ad un sistema di contenuti e di forme di apprendimento assieme.
Come già accennato su queste pagine, il dispositivo museale corrisponde ad un sistema complesso di segni, ognuno dei quali passibili di significati talvolta contraddittori.

La mediazione effettiva del museo, come facilmente intuibile, avviene soprattutto attraverso le proposte educative e strumenti quali pannelli e didascalie: in entrambi i casi, facendo riferimento all’uso della parola, orale o scritta, quale canale perlopiù riconoscibile. Di queste diverse modalità di mediazione, sovrapponibili e necessarie, solo la seconda consente qui di avanzare una riflessione più salda, maggiormente ancorata all’uso della parola: i testi associati al museo e alle opere sono strumenti integrati alla struttura stessa e resistono al tempo (fosse anche di una mostra) senza la contingenza di variabili umane estemporanee. In poche parole, le didascalie sono la voce stabile, comunque mai silente, del museo che sceglie i toni e le forme del suo dialogo.

[Digressione: descriviti. Se dovessi scegliere solo 200 parole per dire davvero chi sei, quali riterresti le più appropriate?]

Continua a leggere sulle pagine di cheFare.